“Era passato molto tempo da quando avevo fatto le mie scelte. Volevo essere una buona madre, una buona moglie e fare carriera nel mio lavoro. Niente di particolarmente grandioso, di sicuro niente di rivoluzionario, anzi noioso per molti. Conveniente? Sì e no. Dobbiamo tutti fare delle scelte, trovare il nostro rifugio, e quelle ambizioni erano per me totalmente coinvolgenti”.
Quante di noi donne si riconoscono in queste parole! A proporre questa filosofia di vita che consiste nel mettere in piedi un delicato meccanismo di equilibrio, sempre fragile e precario,  che costa tanto in termini di energia ed è fatto di piccoli e continui compromessi, di un ondeggiamento continuo  tra le diverse esigenze e gli svariati obblighi che la molteplicità di ruoli impone, al fine di ottenere la famosa “quadratura del cerchio”, è la protagonista di un romanzo ben scritto e rassicurante scritto da Elizabeth Buchan e pubblicato da Piemme nel 2007.

La donna in questione ha quarantasette anni, e, dopo anni di vita tranquilla, con un marito fedele, due figli, e un lavoro appagante, subisce il doppio trauma di un tradimento del coniuge – il quale cade nel trabocchetto della mezza età e del fugace innamoramento per una donna con la metà dei suoi anni – e della perdita del lavoro, da cui però lei emerge più consapevole di sé e più forte, arrivando a riscoprire un vecchio amore mai dimenticato e una vita più tranquilla e fatta di altre soddisfazioni, pur non senza problemi. Fin qui la trama, che sembra simile a quella di tanti romanzi  “rosa” di cui pullula la letteratura femminile d’evasione, che molte di noi leggono standosene sedute sotto l’ombrellone, d’estate, al mare.

Ma questo romanzo, che il risvolto di copertina ci assicura essere un bestseller internazionale (francamente ne dubito), tanto che l’autrice sta gia lavorando al seguito (secondo la manìa attuale per i sequel), appare diverso dai vari “I love shopping” della Kinsella o dai più dozzinali Harmony. Intanto per il titolo, che recita: La rivincita della donna matura, mettendo subito in chiaro l’età non giovane della protagonista;  poi perché il racconto non tenta colpi di scena né – a dispetto della “rivincita” promessa nel titolo – cede alla tentazione di ripristinare la protagonista nel duplice ruolo, matrimoniale e lavorativo che ha perso.

Rose – anche il nome, un po’ datato, s’accorda con l’aura del personaggio non eclatante, maternamente rassicurante, della protagonista – rappresenta la tipica donna tradita e ignara, fino alla confessione esplicita del marito, di ciò che stava accadendo (“No, proprio non me l’aspettavo. Lui non si è comprato della biancheria nuova o un nuovo dopobarba, né si è messo a leggere versi…”),
un po’ troppo presa dalle mille incombenze quotidiane (“Comprendevo bene i sotterfugi ai quali deve abbandonarsi una donna lavoratrice. Erano giustificati dal fatto che non esiste scrupolo più importante che offrire confort ai figli”). La fine del matrimonio e contemporaneamente della propria carriera lavorativa (in cui le subentra, per una beffa del destino, l’amante del marito) la colpisce ma non l’atterra, le infligge una sofferenza indicibile, ma non ne annebbia la lucidità, la tocca nell’autostima ma senza distruggerla.

La situazione che le tocca affrontare la porta a riscoprire se stessa come donna, con i propri sogni in parte delusi, in parte ancora intatti,, con le proprie paure, ansie e sofferenze, e a far fronte coraggiosamente all’angoscia della perdita. E’ in grado – si direbbe con un’espressione tecnica entrata nell’uso comune – di “elaborare il lutto”, di farsi una ragione di ciò che le è successo. Si pone di fronte a se stessa e con coraggio ripercorre la sua vita passata cercando di trovare anche le proprie manchevolezze in un rapporto che poi è finito, ma senza recriminazioni su ciò che è stato. Invece di “piangere sul latte versato” o di intraprendere la via di una rinascita personale a tappe forzate stravolgendo il proprio io, Rose rimane se stessa, accetta di lasciare la casa al marito e alla sua nuova compagna, rinuncia al giardino che aveva amorevolmente curato, e intraprende, ma in sordina, il cammino verso una nuova vita, restando comunque grata al destino per ciò che fino ad allora ha avuto. Ha dei nuovi guizzi di femminilità, anche grazie all’aiuto di un’amica che vive a Parigi e che veste “in tailleur scarlatto e tacchi a spillo neri”, “amante dei foulard di seta, delle borsette firmate, delle gonne smilze e dei tacchi alti”. Anche lei, Rose –spinta dall’elegante parigina – ritrova il gusto di pensare a sé e al proprio aspetto (“Mi sentivo fiera di me mentre mi preparavo. Senza un attimo di esitazione presi dall’armadio l’abito nero senza maniche e indossai le scarpe più eleganti che avevo comprato a Parigi. Misi il fondotinta, applicai l’ombretto grigio, disegnai il contorno delle labbra con la matita e lo riempii con il rossetto. ‘Ecco fatto – dissi  alla mia immagine nello specchio – niente male’. Mi passai la mano sul ventre deliziosamente piatto. Le labbra luccicavano, il vestito scivolava sui fianchi e i piedi si arcuavano nelle scarpe con il tacco”).

Invece di restare in uno sterile isolamento, riscopre un mondo di umanità attorno a sé, rinsalda il proprio rapporto con i figli, aiutando anche la figlia a superare le sue prime difficoltà coniugali post-matrimoniali, e soprattutto recupera la relazione –da sempre problematica e conflittuale – con la propria madre, anziana e radicata nelle sue convinzioni. Molto efficace la descrizione di questa donna in età: mi ha suggerito il rimando alla “Mater/ Materia” di Boccioni. E’ un ritratto letterario, più evocativo che descrittivo, che non scorderò (“Seduta con le mani intrecciate, in camicetta di flanella e gonna di lana, mia madre mi aspettava. Una posizione tipica, che si vede nei quadri: una figura femminile – l’attesa è quasi sempre donna – seduta compostamente su una sedia, una panca o un divano, in attesa di ordini, o che la vita inizi o finisca”).

Elizabeth Buchan, La rivincita della donna matura, Piemme Ed., Casale Monferrato 2007

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