Nel volgere di qualche anno ho avuto l’occasione, fortunata per me, di potermi occupare del ridisegno di due giardini nell’ambito del centro antico della città di Cherasco.
Cherasco rappresenta un caso particolare nell’ambito della storia urbanistica del Piemonte: si tratta infatti di una città nuova, fondata nella prima metà del milleduecento in una posizione assai felice per le necessità militari del periodo: su un altopiano affacciato con pareti ripide e scoscese sul punto di confluenza dei fiumi Tanaro e Stura. La nuova città venne concepita come un grande quadrilatero cinto di mura e suddiviso in una scacchiera regolare di isolati, con uno schema simile a quello dei castra romani.
Il tessuto urbano della città è oggi frutto delle successive sovrapposizioni/sostituzioni degli edifici medievali originari con strutture di epoca rinascimentale e poi soprattutto settecentesca, mentre la città di Cherasco andava conquistandosi nel corso dei secoli la dignità di una “piccola capitale”, in cui venivano firmati importanti trattati di pace e dove la corte sabauda sceglieva di soggiornare quando particolari situazioni di emergenza lo richiedevano (durante la peste del 1630, da cui Cherasco restò immune, e durante l’occupazione francese di Torino nel 1706). I grandi palazzi nobiliari che erano stati costruiti per queste nuove esigenze urbane erano quasi tutti dotati di grandi giardini murati, spesso racchiusi entro alte pareti miste di corsi di laterizio e ciottoli di fiume. Quasi sempre questi giardini venivano conclusi con fondali prospettici, illusioni ottiche, o veri e propri trompe l’oeil, affrescati sulla parete di fondo del giardino. L’apertura sul mondo, la visuale aperta sull’infinito, che caratterizzano l’impostazione dei grandi giardini barocchi, veniva declinata in questi più piccoli spazi urbani utilizzando uno strumento anch’esso tipicamente barocco: quello della scenografia, dell’illusione teatrale, della forzatura prospettica.
Il primo giardino è legato appunto al recupero e restauro di un edificio settecentesco suddiviso in tempi recenti in diverse unità immobiliari. Si tratta di uno spazio rettangolare chiuso su uno dei lati corti dalla facciata interna dell’edificio residenziale, e sugli altri tre lati da muri di cinta che lo separano da altri giardini all’interno del medesimo isolato. In questo spazio regolare erano state messe a dimora diverse essenze di medie dimensioni, ma i committenti avvertivano l’esigenza di una struttura formale in grado di legare fra loro i diversi elementi in gioco. Il progetto si avvale di una tecnica di forzatura prospettica in tono minore, inserendo nel perimetro rettangolare un prato di foma ellittica. Il limite dell’ellisse stabilisce i rapporti fra pieni e vuoti, fra le parti più o meno fittamente vegetalizzate all’interno del giardino. L’ellisse è una forma chiusa ma molto dinamica, (connotazioni ideali anche per descrivere il concetto stesso di “giardino murato”) e l’edificio residenziale, affacciandovisi a diverse altezze, è in grado di leggerla in modi diversi: ad altezza d’occhio, al piano terreno, la prospettiva schiaccia l’ellisse fino a renderla quasi irriconoscibile, ma se si sale ai piani superiori il disegno planimetrico si viene svelando sempre meglio nella sua definizione geometrica. Le essenze vegetali concordate con la committenza, che sono anche state in parte sostituite nel corso del tempo, sottolineano il perimetro dell’ellisse con basse sempreverdi potate o in forma libera (buxus, hypericum). Alle spalle dei bossi potati, sul lato esposto a ovest, c’è una larga bordura mista con piante da fiore. Il percorso longitudinale principale costeggia il lato esposto a est, depotenziando l’asse principale dell’ellisse: mentre l’asse trasversale coincide con un attraversamento lambito da tappeti di cerastium tomentosum.
Il secondo giardino occupa lo spazio che in passato era utilizzato come cortile interno delle scuderie di un palazzo nobiliare. I suoi attuali proprietari hanno deciso di affittare una parte degli edifici di servizio dell’edificio principale, assieme alle loro pertinenze, a scopo di reddito, e da diversi anni il complesso di questi corpi di fabbrica minori insieme alla loro corte interna ospita un ristorante. Il cortile interno, su cui si affacciano tutte le finestre delle sale del ristorante, è uno spazio irregolare nella sua regolarità, come se risentisse al contempo degli influssi del tessuto medievale su cui insiste e delle strutture in elevazione sei-settecentesche che lo definiscono. Anche in questo caso il perimetro che non è delimitato dall’edificio di pertinenza è chiuso da muri di confine di altezze diverse. Sul lato sud troneggia il verso dell’alto muro di fondo del giardino del palazzo principale: sono visibili i retri dell’apparato decorativo del fondale prospettico. Il progetto cerca di rendere più sensibile la frammentazione dello spazio e allo stesso tempo si propone di accentuarne la chiarezza: vengono utilizzate soltanto forme lineari o quadrangolari, ma nessuna direzione è univoca o compiuta, prevalgono le linee spezzate, i frammenti di direzioni, e persino le parti pavimentate ad opus incertum prendono parte attiva al senso di frammentazione. Pure, nell’insieme è chiaramente leggibile un grande quadrato centrale (che in effetti non esiste se non nella percezione complessiva dello spazio) e anche una serie di quadrati più piccoli che si intersecano e si legano con il primo.

Il giardino del Vittorio Veneto visto dall'alto: alla fine dell'inverno le eriche formano un tappeto di fiori.







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