VIAGGIO IN MEDIO ORIENTE: GERUSALEMME E BETLEMME

Un viaggio in Medio Oriente, come suggerisce Gianna Nannini nella sua canzone, è un’avventura in una terra dal fascino speziato e dalle profonde ed intricate radici culturali e religiose, in cui il senso dell’ospitalità si mescola con un deciso senso dell’onore e con una suscettibilità di sentimenti, che noi occidentali proviamo ormai solo negli ingorghi stradali.

Israele e Giordania, in un binomio reso inscindibile dagli eventi storico-politici, sono quasi sempre abbinate, grazie alla contiguità geografica, per chi, in visita a Gerusalemme, non volesse farsi sfuggire le mirabilie di Petra o l’incredibile deserto del Wadi Rum.


Siamo tutti figli di Abramo’, recitano i saggi delle tre religioni monoteistiche, che nella loro capitale morale e spirituale, Gerusalemme, si intersecano senza mai confondersi. Gerusalemme, intagliata nella pietra bianca, incastonata da mura millenarie, è un gioiello architettonico che brilla al tramonto, soffuso della luce color cipria del sole sulle sue pietre intrise di storia, in cui spicca la cupola d’oro della moschea di Omar. Circondata dalle colline punteggiate di chiese che testimoniano nel silenzio degli ulivi e dei cipressi ciò che avvenne più di duemila anni fa, èanche un miracolo, pur se controverso, della storia dell’uomo, che ha pensato se stesso in relazione all’Assoluto. Miracolo, per la convergenza storica dei diversi aspetti cruciali di tale relazione.

Si accede alla Città Vecchia tramite porte, eredità lasciata da Solimano il Magnifico, che ne ordinò la costruzione tra il 1537 e il 1542, e che introducono al dedalo misterioso di vicoli, tra cui la Via Dolorosa, da cui si accede ai luoghi sacri per eccellenza venerati dagli ebrei, dai cristiani e dai mussulmani: il Muro del Pianto, il Santo Sepolcro e la Cupola della Roccia, in un’inscindibile miscellanea di emozioni.

È come percorrere il tunnel delle meraviglie che ci sorprende in modo sempre diverso e ci fa rimanere a bocca aperta. Il pulviscolo delle confessioni segmenta la divisione di chi legge in modo diverso le scritture: armeni, copti, sciti, sunniti ed ortodossi, tutti riuniti attorno ai siti sacri, impugnando i loro diritti e venendo anche alle mani quando l’atmosfera si ‘accende’.

 

Nelle ore della preghiera, in giorni diversi a seconda della confessione, le botteghe chiudono i battenti e segnano gli invisibili confini della città.

Il Venerdì Santo, giorno della Pasqua ebraica, noi del gruppo, partito da Mantova il giorno precedente, ci troviamo in giro per la Città Vecchia in ordine sparso, ognuno immerso nella sua intima esplorazione; seguendo in modo spontaneo il flusso di ebrei ortodossi che come nero sciame, elegante, composto, e silenzioso, con altrettanti bambini al seguito, si dirige verso il suo luogo di culto, accedo sospinta dalla folla, non senza prima passare al vaglio dei rilevatori elettronici, al cospetto del venerando Muro del Pianto, il magnete di tanta folla, non festosa ma sicuramente compunta, che ripercorre ogni volta la memoria di una diaspora millenaria di un popolo che fatica a trovare la pace e che solo nel 1948 ha trovato una patria. Il Muro, alla luce calda del tramonto, si staglia forte e massiccio e si sente in modo tangibile che ciò che rimane del tempio di Salomone, dopo la terribile distruzione perpetrata da Tito e che ha lasciato gli ebrei orfani della loro città, rappresenta il sacro luogo identitario di un popolo, perennemente in bilico fra stabilità ed erranza, fra guerra e pace, fra passato e speranza del futuro. In silenzio, anch’io ho affidato al vetusto testimone la mia speranza mortale.

Dopo la visita a Betlemme che con il suo muro’politico’ ci ha ricordato di essere in territorio palestinese mentre le sue chiese parlano di un passato ben più vivacemente mescolato, con la Basilica della Natività che è luogo evocativo della nascità di Gesù e la più antica chiesa tuttora in funzione, voluta da Elena Augusta, madre di Costantino nel IV secolo, ci rechiamo a Nazareth, centro della Galilea, in cui i crociati fecero costruire due chiese, una dedicata all’Annunciazione e l’altra all’Arcangelo Gabriele. Arriviamo a Nazareth percorrendo la valle del Giordano, ombreggita da palmeti in lunghe file ordinate che la dicono lunga, assieme alla terra coltivata dei Kibbutz, sulla caparbia capacità degli ebrei di stllare vita da una terra austera.

Arrivando al Ponte di Allenby, evocatore del lungo periodo di protettorato inglese in Palestina, passiamo il controllo accigliato della dogana israeliana e ci ‘consegnamo’ a quella giordana, in vista della prossima tappa del nostro viaggio: Petra, direzione sud-sud-est!

 


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Giornalista...e amante della letteratura e del simbolismo astrologico

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