INTERVISTA AL MEDICO VETERINARIO

Il dottor Giuseppe Sirtori, specializzato nella cura dei piccoli animali, opera a Milano come veterinario da ben quarant’anni. Nel suo studio sono passati migliaia di animali e lui non ha mai sottovalutato il loro benessere psichico….a volte neppure quello dei proprietari.

Dottor Sirtori, alla luce della sua quarantennale esperienza, cosa pensa del rapporto uomo-animale domestico? In particolare con il cane che credo spieghi meglio questo rapporto

Il rapporto con l’animale è proprio l’espressione dell’individualità, ciascuno si rapporta con un cane come si rapporta col suo prossimo. L’animale è una presenza fisica che dà senza chiedere niente, che fa divertire, che soddisfa un gusto tattile. Questa del gusto tattile è un’osservazione che ha fatto mia moglie un po’ di anni fa in occasione della morte di un nostro cane, lei sostiene che noi esseri umani con i nostri simili non ci comportiamo allo stesso modo. Pensiamo ad un bambino, difficilmente lo accarezziamo per mezz’ora mentre il cane, quando siamo sul divano a guardare la televisione e lui si avvicina, lo accarezziamo a lungo provando una sensazione di piacere. Il rapporto con l’animale varia a seconda della psiche, del carattere di ciascuno di noi e passiamo dal rapporto di pura proprietà, io ho il cane ma me ne disinteresso completamente, fino ad un rapporto maniacale che giunge ad una umanizzazione eccessiva. Credo che l’animale permetta di mettere in evidenza alcune storture dell’animo umano. Mi ricordo di un cliente che mi portava il cane, lo visitavo e gli facevo la ricetta poi tornava a casa e per ogni parola della ricetta mi faceva una telefonata: se la prescrizione conteneva venti parole erano venti telefonate. E non sto esagerando!

Era una persona ossessiva…

Un giorno mi sono deciso e gli ho detto: “Guardi che il suo cane ha qualche problema, ma lei ne ha tanti e le converrebbe farsi aiutare”. Dopo qualche mese, ho avuto la soddisfazione di ricevere una telefonata di ringraziamento perché aveva trovato un terapeuta in grado di aiutarlo

Così ha curato anche il padrone…Qual’è la tendenza dei proprietari di oggi rispetto a quando lei ha iniziato la professione?

C’è la tendenza ad umanizzare gli animali eccessivamente dal punto di vista clinico e questo può avere una grande ricaduta sulla sofferenza dell’animale, dove l’accanimento terapeutico crea inevitabilmente sofferenza per cercare di raggiungere una durata di vita magari leggermente più lunga ma a costo di gravi sofferenze. Questo innesca un processo psicologico negativo nel proprietario perché gli crea una grande angoscia. Se l’angoscia è giustificata dal fatto che spero di ottenere un risultato duraturo e valido…

Dandogli una qualità di vita degna?

Sì, dandogli una qualità di vita degna. Se questo serve solo a mantenerlo in vita trenta giorni o due mesi con una pessima qualità di vita, io proprietario ne risento. Ho visto persone andare in esaurimento nervoso…lei saprà meglio definire

Beh, c’è il problema che gli animali hanno una vita più breve rispetto alla nostra e se noi facciamo fatica ad accettarlo viviamo fuori dalla realtà incapaci di prepararci “all’evento morte”, da qui nascono gli stati depressivi

Se non si accetta, ad esempio, il fatto che il nostro cane sia gravemente malato, il fatto di conviverci crea tutta una serie di componenti ambientali negative che influiscono sulla vita della persona

Secondo lei un eccessivo investimento affettivo sull’animale indica un grande vuoto da colmare?

In certi casi può darsi, ma in quelli a cui mi sto riferendo credo si tratti di forme maniacali

Purtroppo umanizzando un animale ci si aspetta una vita più lunga e da lì tutto si deforma….Bisogna imparare ad accettare l’idea del morire

Questo è il limite dell’animale, la sua vita ha una durata fisiologica molto inferiore. Chi ama avere un rapporto con il cane non ne avrà uno solo, ne avrà parecchi e con ognuno ci sarà una storia diversa

Credo che ogni animale ci accompagni per un pezzo della vita, poi ne entra in scena un altro e così via

Si dice che quando muore una persona il mondo non sarà più uguale, io credo che anche quando muore una formica il mondo non sarà più uguale perché quella formica non ci sarà più… Insomma è un essere che ha interagito con noi con un suo cervello che funziona in maniera diversa, ma che funziona e che condiziona i nostri rapporti con gli altri, perché un cane è un mezzo per interagire con le persone

Ma che cosa rappresenta per un cane il morire?

Dobbiamo anche considerare il fatto che per noi è importante la sopravvivenza del cane il più a lungo possibile perché è una nostra proprietà che non vogliamo perdere, difronte alla morte il comportamento dell’animale è completamente diverso rispetto al nostro. Pensiamo al rapporto spazio-temporale, noi viviamo sempre proiettati sui prossimi cinque minuti per il sorriso di una persona, per un piatto di spaghetti, per vedere se sorgerà il sole o se ci sarà la nebbia. Quindi per noi vivere, sempre in condizioni accettabili, cinque minuti di più, un giorno o un mese di più ha un significato, a volte solo materiale magari per sistemare il conto in banca e lasciare gli eredi senza problemi. Il cane vive il passato, lo vive come ricordi positivi o negativi, poi vive assolutamente il presente, ma non vive proiettato sul futuro. In tanti anni non c’è mai stato nulla che mi abbia fatto pensare che un cane desideri una cosa per il futuro. Se devo andare in montagna preparo le valigie, il cane vede le valigie ma non pensa che domani partiamo, lui è già in montagna. Quindi se il bilancio tra la sofferenza ed una buona qualità di vita si annulla è meglio una morte dolce

E i cani abbandonati provano una sofferenza psichica?

Sì, il bilancio sulla qualità di vita non devo vederlo solo dal punto di vista della sofferenza fisica, ma anche psichica. Un cane che ha avuto una famiglia ed ora è rinchiuso in un canile e nessuno lo adotta, a mio parere, e qui mi tiro dietro le ire degli animalisti, è meglio che muoia con una morte dolce perché gli tolgo la sofferenza della privazione del padrone e della famiglia in cui ha vissuto

Con l’occasione dell’avvicinarsi delle feste, cosa possiamo dire ai lettori che desiderano portare a casa un cane o un altro animale?

Diciamo che è necessaria un’acquisizione di responsabilità nei riguardi di un essere con i limiti del buon senso, ognuno deve prendersi una responsabilità a seconda delle proprie possibilità. Io non demonizzo il cliente che mi dice di non poter seguire un iter terapeutico per questioni economiche, in vita mia credo di aver regalato del mio lavoro tonnellate…anche se i colleghi dicono che sbaglio perché porto via lavoro agli altri. Se una persona prende un cane, ma può essere un gatto, un canarino o un criceto, deve sapere che interagisce con un essere vivente cui dare una buona qualità di vita, deve dare serenità, in generale delle buone condizioni. Se no è meglio non prendere un animale. Posso aggiungere che se si hanno figli, far sì che interagiscano con un cane è una esperienza bellissima, ma valgono sempre le stesse premesse: è una grandissima acquisizione di responsabilità.

tratto da: www.laccentodisocrate.it

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Maria Giovanna Farina è filosofa, consulente filosofico, analista della comunicazione e Presidente dell'associazione culturale "L'accento di Socrate". Col l'uso pratico della filosofia aiuta adulti e bambini ad affrontare, per superare, i punti critici dell'esistenza. Con lei apprendi un metodo applicabile autonomamente ai futuri ostacoli, grandi e piccoli, che la quotidianità comporta. Per conoscere la sua attività clicca su: www.mariagiovannafarina.it

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