IL RAMO D’ORO: LA LEGGENDA DEL VISCHIO

Siamo arrivati al momento del solstizio d’inverno, il giorno dell’anno in cui alle nostre latitudini le ore di soleggiamento diurno sono ridotte al minimo.   Quest’anno il solstizio si verifica il 21 dicembre, e oltre a indicare ufficialmente l’inizio dell’inverno, segna il momento a partire dal quale le giornate cominciano ad allungarsi e, con un po’ di ottimismo, si può anche dire che lentamente si ricomincia a procedere verso la primavera.    Proprio durante l’inverno, quando gli alberi hanno ormai perso le foglie, è possibile scorgere sui rami alti di alcuni grandi alberi un cespuglietto parassita che ha l’aspetto e le dimensioni di un grosso nido: si tratta del vischio (viscum album).  Ha piccole foglie, bacche traslucide biancastre o gialle, e, quando viene tagliato, seccando acquista un bel colore giallo intenso. Oggi questa pianta conserva per noi soltanto qualche traccia dei molti significati magici e religiosi che le venivano attribuiti in passato.   In alcuni paesi del nord e centro Europa viene ancora chiamato “scopa del fulmine” perché si ritiene cresca sulle piante che vengono colpite dalla folgore. Si credeva infatti che il vischio avesse una profonda affinità con il fuoco. Secondo James G. Frazer “…la vera ragione per cui i Druidi adoravano un albero portante il vischio più di tutti gli altri alberi della foresta, era la credenza che ciascuna di tali querce non soltanto fosse stata colpita dal fulmine, ma portasse sui suoi rami una visibile emanazione del fuoco celeste“. In effetti è comprensibile che in un lontano passato suscitasse stupore una pianta che non aveva bisogno di radicarsi nel suolo per crescere, ma poteva sopravvivere a mezz’aria, fra i rami di un’altra pianta, e fosse addirittura  in grado di conservare le foglie e le bacche quando invece le grandi latifoglie, vinte dal freddo, si erano spogliate del tutto e sembravano morte.  Erano innumerevoli le capacità magiche che venivano attribuite al vischio nelle tradizioni europee: in Boemia e in Russia si credeva che potesse far scoprire i tesori nascosti; in Svezia si pensava che avesse la capacità di proteggere le case dagli incendi, infatti “la sua natura ignea lo indica, secondo il principio della magia omeopatica, come la miglior cura possibile o la miglior difesa dai danni causati dal fuoco.”  Sono tradizioni anglosassoni quelle che legano i rami di vischio alla possibilità di conoscere in anticipo il futuro, di sognare il proprio futuro sposo, e forse deriva da qui la tradizione di baciarsi sotto il vischio: e non è affatto strano che in questo caso il ramo di vischio debba essere appeso (o meglio, sospeso fra cielo e terra); ancora più logica appare la consuetudine di cospargerlo di pigmenti dorati.    I giorni più indicati per raccoglier ritualmente il vischio erano proprio i due solstizi, d’inverno e d’estate.  I Druidi lo recidevano con un falcetto d’oro, e lo ritenevano in grado di guarire qualunque malattia.  Oggi i due giorni consacrati dalle antichissime festività del ciclo solare sono comunque anche per noi giorni festivi, trasposti all’interno della tradizione cristiana: il Natale di Cristo in prossimità del solstizio d’inverno e la festa di San Giovanni in corrispondenza del solstizio d’estate.      Voglio segnalare infine che forse i Druidi non avevano torto del tutto, perché esistono protocolli ufficiali, supportati già da molte fasi sperimentali, per la cura del cancro in fase terminale, in cui si utilizzano estratti fermentati di vischio.

I virgolettati di questo articolo sono tratti da “Il ramo d’oro – Studio sulla magia e la religione” di James G. Frazer, edito da Bollati Boringhieri, 1998; traduzione dall’inglese di Lauro de Bosis.

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Architetto del paesaggio e dei giardini: ho due cani e quattro gatti, mi piace leggere romanzi molto lunghi, mi piace perdere tempo, guardare vecchi film. Non mi piace: dover fare tutto in fretta, parlare al telefono (lo odio!), viaggiare seguendo itinerari e programmi prestabiliti.

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