IO NON PENSO… IO GIOCO!

E tu, amore, che ne pensi?”

Io non penso mamma, io gioco”.

È con queste parole pronunciate con fermezza e decisione che un bambino di cinque anni, in osservazione presso il mio studio da qualche tempo, ha ricordato alla sua mamma, (e alla sua pedagogista!) quanto il gioco sia la parte più importante e più seria della vita di un bambino.

Ma che cos’è il gioco? Generalmente questo termine viene usato per indicare un’attività che si svolge per divertimento, senza scopo alcuno; tuttavia dal punto di vista pedagogico e nella pratica clinica il gioco è un agente educativo indispensabile e uno strumento privilegiato per l’osservazione del bambino.

Già presso i Greci il gioco possedeva un valore educativo ed era un’occasione per apprendere il proprio ruolo sociale, sebbene i bambini fino ai sette anni fossero considerati poco importanti e marginali nella società; alle bambine venivano dati giochi che rappresentavano la loro vita da adulte come bambole o utensili da cucina, i maschi giocavano con i soldatini. Fu Platone a considerare per primo l’utilità del gioco per lo sviluppo corporeo, la crescita morale e la socializzazione del bambino.

Oggi il gioco è una componente fondamentale nella programmazione delle scuole dell’infanzia, degli asili nido e dei centri di aggregazione sociale; è un metodo che educa all’incontro con l’Altro ed un importante elemento di condivisione perché l’attività ludica non prevede differenze sociali, di razza o fisiche. Giocando il bambino misura l’ambiente, prende coscienza dello spazio, misura le reazioni dei suoi amici e dell’adulto, impara a vivere.

I bambini possiedono l’istinto del gioco e questa attitudine emerge già in tenera età.

J. Piaget mette in relazione lo sviluppo del gioco con quello mentale partendo dalla convinzione che il gioco sia la “più spontanea abitudine del pensiero infantile” e ne fa lo strumento primario per lo studio dei processi cognitivi del bambino.

Lo psicologo e pedagogista svizzero individuò tre stadi di sviluppo del comportamento ludico: nel primo anno di vita il bambino gioca con il proprio corpo e con quello della madre, afferra, porta alla bocca oggetti, apre e chiude mani ed occhi, impara a coordinare i gesti e a controllare i movimenti. Queste attività si caratterizzano per il carattere esplorativo e ripetitivo delle azioni, che serve al bambino per imparare a distinguere fra il Sé e il non Sé, per fargli capire dove finisce lui e dove inizia la madre. Durante questa prima fase, definita “senso motoria”, il bambino assimila le nuove esperienze ai suoi schemi mentali. Dal punto di vista sociale il gioco è solitario perché il bambino non si pone in una condizione di reciprocità con gli altri.

In un secondo momento, a partire dai 2 anni, il bambino si trova davanti al problema della separazione dalla madre e alle conseguenti ansie d’abbandono; il gioco può diventare espressione di questi problemi, come sostenne Freud nel suo saggio Al di là del principio del piacere.

Fino ai 5 anni i giochi sono espressione delle dinamiche interne che il bambino sta vivendo e il gioco del dottore, o il gioco a nascondino per esempio possono aiutarlo a drammatizzare una punizione subita, così come l’imitazione del comportamento adulto rivelare la dinamica edipica che il bambino affronta a partire dal terzo anno di vita. È la fase del gioco simbolico.

Dai 7 agli 11 anni i giochi diventano di gruppo e con regole fisse; questo stadio, detto “sociale”, è caratterizzato da una maggior aderenza alla realtà e il bambino sperimenta lo stare con gli altri attraverso giochi strutturati le cui regole diventano funzionali allo svolgimento del gioco stesso.

Si inaugura una nuova fase di crescita in cui viene stimolato l’autocontrollo del bambino, la sua capacità di concentrazione e memoria.

È la fine del gioco infantile.


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Autore:

Dott. Elisabetta Calvi Pedagogista Clinico

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