LACRIMA AL CENTRO!

“Lacrima al centro!” potrebbe essere, come si usa nel gergo calcistico rispetto alla palla, uno stato di ferma che si prepari, in una posizione diversa da quella precedente, all’azione successiva?

Se lasciassimo, per adesso, la domanda in sospeso, verrebbe da dire che la lacrima è, soprattutto, parte del corpo dell’occhio. In quanto tale possiede una fisicità che necessita di manifestarsi, di fluire. Escludendo ogni forma di patologia, non compare subito alla nascita, ma intorno al 4-6 mese. Il neonato, infatti, piange senza lacrimare. Si pensa sia dovuto ad un’immaturità del sistema neuronale e a quello complesso dell’emozioni. Ma la questione non si può fermare qui.

Nell’Alchimista di Paulo Coelho, le lacrime sono un segnale del cuore che chiede di scavare per trovare, di ciascuno, il proprio tesoro; quasi si potesse, attraverso quella goccia salata, svelare il nocciolo tra ciò che è stato, ciò che è e che dovrà accadere.

“Lacrima al centro!”, per ritornare al quesito iniziale, potrebbe essere sì vissuta come momento di sosta, che ha lo scopo di bypassare pregiudizi attribuiti, spesso, al pianto. Questo modo di essere nella lacrima, giusto o sbagliato che sia, invita a chiedere un “Time out!” e a ripartire dal fulcro dell’esperienza. Non s’appella a spiegazioni ma richiama al gioco della vita, quasi, fosse una “regola” necessaria per fermarsi e sentire, successivamente o contemporaneamente, quale azione muovere, quale direzione prendere. Vorrebbe essere un richiamo per sé e per l’altro; un modo per comunicare che la partita della vita avanza grazie anche a interruzioni che, se accolte e ben posizionate, diventano occasioni di ripresa, di ri-nascita.

“Lacrima al centro!” non chiede di essere asciugata. Certo! È difficile stare in presenza e esserne l’eco: le proprie e l’emozioni altrui, infatti, spaventano. E rispondere alla lacrima con un’altra lacrima, senza avanzare parole e gesti consolatori non sempre desiderati, si sa, è cosa ardua: necessita di grande coraggio, perché la sua preziosità non sta nel “parlare, parlare, parlare”, ma nell’osare in silenzio.

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Faccio la pedagogista e mi occupo, grazie alla consulenza pedagogica, di “grandi” e “piccoli”; perché tutti siamo educabili. Mi sto dedicando, anche, alla Pedagogia scolastica e alla Pedagogia dell’invecchiamento cerebrale, attraverso consulenze domiciliari atte ad affrontare situazioni vissute come problemi. Mi piace pensare che, nella vita, non esistono ostacoli ma sfide. V'invito a visitare il mio blog, cliccando su Agorà.

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2 Commenti

  1. giovanna f dal forno scrive:

    E’ bella e originale questa riflessione sulle lacrime come momento di sospensione del fluire caotico della vita intorno e dentro di noi; come momento di grazia che consente di vedere oltre, al di là del contingente, e soprattutto, di vedersi “dentro”. Il pianto visto come “un modo per comunicare che la partita della vita avanza grazie anche a interruzioni che, se accolte e ben posizionate, diventano occasioni di ripresa, di ri-nascita.”. Nel pianto c’è sicuramente questa componente positiva di esperienza che può illuminare, perché è indubbiamente un momento completamente “nostro”, in cui la nostra attenzione è focalizzata al massimo su di noi, non distratta, non rivolta altrove per necessità o esercizio di volontà. Il pianto arriva in un culmine, irrompe quando non riusciamo più a sostenere con distacco la nostra parte, e a quel punto anche il corpo (spesso in contrasto con la mente, che ci vorrebbe più stoici) reclama uno stop immediato, uno sfogo, una stura, che abbassi velocemente il “troppo” (troppa tensione, troppa amarezza, troppo dolore, troppa frustrazione) fin lì accumulato. Vorrei aggiungere, un po’ banalmente, che il pianto è anche una cosa tenera, non solo per chi osserva intendo, ma per il soggetto stesso che piange, un po’ come una coccola, che ci facciamo da soli. Si prova un po’ di auto consolazione nel pianto, mi pare di averlo sperimentato spesso. Le lacrime fanno da lavanda che diluisce e fa defluire al di fuori, almeno un poco, almeno momentaneamente, le tossine che ci opprimono. Forse ci sarà una motivazione evolutiva se nella specie umana si è sviluppato questo peculiare comportamento ad effetto benefico sull’organismo, questa specie di “pronto intervento”, di quasi farmaco salva-vita. Magari il vantaggio (evolutivo) del pianto è stato proprio nel suo imporre quella benefica pausa di riflessione (prima di prendere una direzione o un’altra, nell’agire, o nel pensare) di cui si diceva. E ancora, sempre restando nell’ottica della selezione naturale di eventuali vantaggi evolutivi, sono state avanzate teorie dai biologi evoluzionisti che vorrebbero il pianto come “una strategia evolutiva in grado di rafforzare i rapporti interpersonali” ( vedi
    http://salute24.ilsole24ore.com/articles/4902-il-pianto-come-strategia-evolutiva-rafforza-i-legami). Anche questa componente del pianto è tutt’altro che da buttare. Come elemento positivo intendo. Chi piange non bara, non finge, non nasconde nulla, espone automaticamente una bandiera di umanità nel senso più completo ed elevato del termine, che include la fragilità ma anche la capacità di sostenere un vivace dibattimento interiore, e questo non può che attestare buona fede e integrità, e dunque renderlo degno di una accoglienza senza riserve. Anche questo è sfatare un pregiudizio sul pianto: chi piange non è un debole, semmai è un “cosciente” (e coscienzioso).
    Ma è il pianto intimo, quello che esce incontenibile quando non ci vede nessuno, quello che mai comporterà alcun vantaggio relazionale (non diretto, almeno), il più duro, il più puro, quello che per varie ragioni ti avvicina al pensiero di Dio, è’ quello il pianto che più turba ed affascina.

  2. barbara scrive:

    Ciao Giovanna!
    Il pianto, nell’articolo, è stato nominato, non a caso, solo una volta. La riflessione, infatti, si è concentrata sulla lacrima intesa come “corpo”, in quanto tale non giudicabile, perchè si dà nell’istante,senza troppi se nè ma. Il pianto, invece, ha le proprie radici nel piangere; un’azione soggetta, spesso, a commenti e a spiegazioni, perchè risposta a una forza,a uno stimolo. L’intenzione di quest’ articolo, invece, era e rimane un invito a vivere la propria e la lacrima altrui come un momento di “sospensione” da tutto, anche del pregiudizio.Un stato, appunto, di ferma che miri, eventualmente,al porsi di una domanda e non alla ricerca di una risposta. Ce ne sarebbero di cose da aggiungere ancora, ma quello che tengo a dirti è il mio “Grazie!” per l’interesse mostrato.A presto! Barbara

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