WEBCAM DELLE MIE BRAME, CHI È PIÙ SEXY NEL REAME?

Niente scandali, niente moralismi, niente denunce, ma una breve riflessione sul corpo che si ciba di sesso virtuale. Si ciba o si nutre? Riesce a trovare quel piacere tipico dell’incontro tra due esseri umani? Oppure risponde solo al desiderio di sopravvivere a se stesso?

Il mezzo virtuale coinvolge due sensi: la vista e l’udito! Il tatto, l’olfatto e il gusto sono esclusi. Pertanto, si esprime attraverso una menomazione e in questo non ci sarebbe niente di strano. Quanti individui, infatti, possono godere di una sessualità appagante nonostante forme di disabilità? Il deficit, quindi, sta nel fatto che il corpo virtuale non rischia l’altro; diventa “macchina” che espleta funzioni riprese dalla webcam, strumento, anche, di protezione. Il corpo nell’incontro sessuale, invece, s’espone tutto! Infrange, grazie alla sua morbidezza, pesantezza e sbandamento, quell’azione che mira a un tornaconto solo personale. Il corpo in carne e ossa si rivela, anche, nelle proprie stanchezze: ma non è vero, forse, che nella scoperta delle proprie debolezze ci si sente “forti”?

Il sesso virtuale, invece, è solo potente, perché funzionante e funzionale a qualcosa. È una rappresentazione che decide tutto, quando apparire e quando no. Ha a che fare con un copione: “Io so che tu mi guardi, ed è l’unico modo in cui mi piace che tu mi guardi e che io guardi te senza dover essere costretto/a ad abbassare lo sguardo”.

Nell’incontro reale, i corpi non si esprimono nella divisione, ma attraverso la compenetrazione. S’espongono al tocco reciproco e al gusto d’assaporare umori e liquidi che rilasciano profumi inevitabili, indispensabili.

Patrick Süskind ne “Il profumo” scrive: “L’odore dell’uomo è sempre un odore carnale.” L’essere umano, infatti, esiste, per natura, solo se la carne si dà e viene accolta tutta quanta.

Diffidate del resto, perché apparizione: non nutre!

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Faccio la pedagogista e mi occupo, grazie alla consulenza pedagogica, di “grandi” e “piccoli”; perché tutti siamo educabili. Mi sto dedicando, anche, alla Pedagogia scolastica e alla Pedagogia dell’invecchiamento cerebrale, attraverso consulenze domiciliari atte ad affrontare situazioni vissute come problemi. Mi piace pensare che, nella vita, non esistono ostacoli ma sfide. V'invito a visitare il mio blog, cliccando su Agorà.

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4 Commenti

  1. mila scrive:

    E’ giusto lavorare in ambienti diversi, apre la mente anche ad una pedaggista Emanuela

    • barbara scrive:

      Grazie Emanuela…Sì! La Pedagogia, da sempre, chiede l’apertura, non solo della mente, ma del cuore, intesa come passione nei confronti di una professione che si occupa dell’essere umano nella sua totalità. Non solo! La formazione universitaria richiesta e l’esperienza professionale maturata negli anni, inducono, necessariamente, ad interessarsi ai contesti e alla quotidianità propria di ciascun individuo. Quindi, perchè chiudersi?

  2. Bene fa la mia amica Barbara a sollevare un problema di cui poco si discute. Siamo un po come i bambini davanti ad un nuovo giocattolo (la tecnologia digitale) stiamo imparando ad usarla. Ne facciamo diversi usi, tutti gli usi, e ognuno usa come vuole i nuovi strumenti di comunicazione messi oggi a disposizione dalle aziende informatiche. Osserviamo, senza giudicare, e indiriziamo i giovano (e i non giovani) verso l’appagamento pieno che solo l’amore può dare.

    • barbara scrive:

      Grazie Alessandro (Presidente Associazione Pedagogisti e Educatori Italiani)! L’assenza di giudizio, strategia necessaria per avere rispetto delle azioni altrui, non ci esonera dall’affrontare un tema che urge un confronto.Hai delle idee per fare in modo che si parli di questo argomento sia con gli addetti ai lavori sia con coloro che ritengono fondamentale una riflessione?

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