PRINCIPI, FAVOLE E BUGIE

Amy Adams in "Enchanted" (2007)

Di favole ce ne hanno sempre raccontate tante.
Dalla favola dell’amor che esiste e duraturo resiste alle degenerazioni postmoderne che magari di amore più non parlano ma sempre di fregnacce ci riempiono il cranio.
Dalla fedeltà coniugale alla scopata procreatrice.
Dall’eliminazione dell’Ici alla regolarizzazione dei flussi migratori
Ci hanno svezzati immergendoci nelle atmosfere sentimental–lungimiranti che traviano cervello e raziocinio a suon di Cenerentole, Belle Addormentate, principi impavidi e amori invalidi.
Nell’ottica della disgrazia che si trasforma in grazia per merito di un piedino di fata, di una mela avvelenata.
L’amore che, prorompente, irrompe sul caos universale per ripristinare l’ordine primordiale e fondamentale delle cose: un semplice “due cuori e una capanna”.
E se al posto della capanna si volesse fare la grazia di un immenso castello (ristrutturato) sarebbe anche meglio.
Ci hanno raccontato storie struggenti di donne bellissime, poverissime, tristissime.
Donne in fondo nobilissime.
Donne con lo straccio in mano e la polvere tra i capelli, in faccia il sorriso della bontà incarnata e nella testa il sogno dell’amore a cavallo.
(Lo stallone, del resto, non passa mai di moda).
Ci hanno raccontato la storia dell’idillio terreno per farci dormire silenziosi nelle notti dell’infanzia ingannata.
E adesso sono qui, drogata da trent’anni anni di dipendenza dissimulata dalla favola dell’amor cortese.
Ho sempre preferito giocare con le macchinine piuttosto che con le bambole, ho sempre simulato la vita dell’attaccante in maglia azzurra piuttosto che l’ascesa candida all’altare.
Eppure soffro ancora del pindarico volo indotto della coscienza a cuoricini.
Ho pensato di far valere il mio istinto di rivalsa sulle istituzioni, chiedere al Governo un sussidio di disoccupazione onirica, pretendere un risarcimento, danno emergente e lucro cessante, per la poca delicatezza con cui tutto il gioco è stato costruito e poi gestito.
Ho pensato d’incatenarmi davanti al tribunale in vista della prossima causa di divorzio.
Vestito da sposa, incinta di sei mesi, un paio di corna sulla testa e in mano le prove delle intercettazioni telefoniche del principe azzurro e della strega dalla mela avvelenata.
Ho elucubrato colpi di stato, una marcia su Roma di streghe e matrigne che con pochi colpi di mano spossessano sguattere e principesse dimenticate dell’illusione della rivalsa amorosa.
Così, a solo scopo dimostrativo.
Probabilmente la coscienza collettiva non si rende conto dei disagi che tutto questo può comportare.
Una vita intera spesa alla ricerca dell’impavido (e sempre avido) Uomo Giusto.

David Beckham

Una vita intera all’inseguimento di quello che non c’è per il solo fatto che ce lo hanno raccontato, disegnato, millantato.
Senza che nessuno avesse il coraggio di dire che l’Uomo Giusto rappresenta null’altro che l’antropomorfo oppio delle bambine ingenue, delle adolescenti sognatrici e delle donne disperate.
Non sono avvezza alla cenere del camino, alla sottomissione fiduciosa nel riscatto, all’attesa statica di quello che Deve venire.
Ma, è inutile negarlo, sono una vittima conclamata dell’uomo sul destriero.
Lo cerco con costanza e ostinazione, fingendo indifferenza.
Lo cerco sulla scia dell’ “ogni occasione è buona”.
Al supermercato vestita a festa, tacchi a spillo nel reparto ortofrutta e gonna con strascico nel reparto surgelati.
Ad ogni vociare di campanello. Perché continuo a sperare che il postino suoni anche la terza.
Al lavoro, in posta, per strada.
Occhi in ogni dove per scovarlo tra la folla, illuminato dall’aura del reciproco riconoscimento.


Ma di aure in giro non ne ho vista nemmeno una.
Di Rampanti Portatori di Testosterone s’è persa traccia. Al supermercato come in banca.
Al massimo posso confidare nella bava dei muratori qui sotto, che fischiano e commentano libidinosi ormai solo per adempiere ad un ruolo scritto.
O nella dichiarazione d’amore sbiascicata di un ubriaco da bancone, di uno sposato in cerca di riscatto ormonale, di un perdi tempo all’inseguimento del diversivo.

Chi mi riscatterà  adesso dalla lobotomia cui mi hanno sottoposta con il ripetuto “E Vissero per Sempre Felici e Contenti”?
Chi si prenderà carico del vuoto di contenuti che imperversa nel lato sentimentale del mio cervello?
Chi si prenderà la briga di dirmi “era tutto uno scherzo” quando mi verrà l’ennesima crisi di panico alla vista di uno smutandato dall’erezione facile?
Chi si assumerà l’onere di dirmi che L’Uomo Stallone era un’invenzione governativa quando mi troverò dinnanzi ad un surrogato umano dall’erezione insicura?
Chi avrà il coraggio di dirmi “sposati con un lavoratore a tempo indeterminato, con casa di proprietà e automunito perché è la cosa più libidinosa a cui potresti aspirare”?

Voglio le teste, qui su questo tavolo, per potermi  impossessare del loro scalpo con abili colpi di tacco a stiletto.
Scriverò sulla loro faccia martoriata “Venditori di sogni a tradimento”. Con il rossetto chiaramente.
Al postino dirò che ho cambiato indirizzo, ai muratori farò vedere il perizoma pizzato per facilitare l’adempimento del ruolo, allo sposato consiglierò una donna di plastica in aggiunta doverosa alla plastica matrimoniale.
E al supermercato ci andrò in tenuta ginnica, truccata e con la ciabatta da piscina.
Non chiederò al governo di risarcirmi del mio sogno infranto, punterò alla rapida soddisfazione di bisogni materiali e quotidiani.
Smetterò di cercare l’Uomo Giusto e inseguirò l’abolizione dell’Imu.

Del resto, sempre di favole si tratta.


(tratto dal blog di Alice)

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Autore:

Giornalista, laureata in Scienze Giuridiche Europee e Transnazionali, redattrice e conduttrice dell'emittente regionale privata Telenuovo.

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1 Commenti

  1. Beatrice scrive:

    E’ proprio così! L’hai detto molto bene!

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