IL DOVERE DI NON DIMENTICARE: LA TESTIMONIANZA DI PRIMO LEVI

Cultura, Il Piacere della Lettura, Scelti per voi — di Elisabetta Bovo il 27 gennaio 2010 alle 04:08

Nel Giorno della Memoria, 27 gennaio, proponiamo una pagina, tratta da Se questo è un uomo (1958) di Primo Levi. Il grande scrittore, sopravvissuto all’esperienza della deportazione, descrive la situazione più diffusa nel lager, la condizione vissuta dai circa sei milioni di vittime dello sterminio degli ebrei posto in atto sistematicamente dal Terzo Reich.  

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<<Soccombere – egli scrive - è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe piü salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato. Sono loro, i Muselmanner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero>>.

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Primo Levi visse in prima persona ,a vita nei campi di sterminio: egli fu deportato nel 1943 ad Auschwitz, dove fu sottoposto alle più atroci violenze fisiche e psicologiche. Questa allucinante esperienza egli la rilegge e ce la propone nel suo capolavoro, “Se questo è un uomo“, in cui racconta, nei minimi particolari, la sua vita di deportato, le condizioni igieniche e di lavoro, di quotidiano orrore nei lager. Lo scopo è quello di far conoscere agli altri, rendendoli partecipi e solidali con le vittime, le disumane violenze che i nazisti hanno inflitto agli Ebrei. A partire dalle condizioni disumane in cui i deportati erano costretti a vivere, privati della loro dignità, dei loro ricordi, spogliati della propria libertà e con numero tatuato sul braccio sinistro che dava loro un’identità, ma che, al tempo stesso, era il marchio dell’infamia di cui si stava macchiando il Terzo Reich.

Nel corso degli anni l’impegno di Levi è sempre stato teso a impedire che si potesse dimenticare o falsificare la realtà atroce del lager, in nome di tutti coloro che avendola conosciuta e subita ne furono annientati. In questo passo nega la razionalità dell’odio, (consonando, iquesto, con l’interpretazione espressa ne La banalità del male da Hannan Arendt): inutile cercare profondità o motivazioni intime nel male, esso è superficiale e crea assuefazione in chi lo compie.

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<<Nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre>>.

Se questo è un uomo è stato scritto da Primo Levi nel 1946, a pochi mesi di distanza dalla liberazione dal lager e dopo un avventuroso e drammatico rientro che lo stesso autore ha narrato ne La tregua (1963). Ogni luogo, ogni evento, ogni personaggio narrati sono stati presi direttamente dall’esperienza vissuta. Scopo dello scrittore è far sapere ai contemporanei e ai posteri ciò che è accaduto nei campi di concentramento perché non si ripetano gli errori del passato, benché ricordare sia doloroso soprattutto per chi è stato protagonista di una storia tanto atroce.

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L’impegno a ricordare e documentare deve tener conto di molte difficoltà, tra cui la stessa volontà di dimenticare di una parte dei sopravvissuti. Inoltre l’opera di mascheramento della verità riguardo al sistema dei lager e alla pianificazione dello sterminio degli ebrei era stata condotta puntigliosamente dai nazisti stessi, anche attraverso la scelta di eufemismi: “soluzione finale” era il termine usato per indicare il genocidio della razza ebraica. Molti, troppi, in Germania soprattutto, ma anche in Italia, finsero di non sapere o vollero non sapere.

<<Nella pratica quotidiana dei campi di sterminio trovano la loro realizzazione l’odio e il disprezzo diffusi dalla propaganda nazista. Qui non c’era solo la morte, ma una folla di dettagli maniaci e simbolici, tutti tesi a dimostrare e confermare che gli ebrei, e gli zingari, e gli slavi, sono bestiame, strame, immondezza. Si ricordi il tatuaggio di Auschwitz, che imponeva agli uomini il marchio che si usa per i buoi; il viaggio in vagoni bestiame, mai aperti, in modo da costringere i deportati (uomini, donne e bambini!) a giacere per giorni nelle proprie lordure; il numero di matricola in sostituzione del nome; la mancata distribuzione di cucchiai (eppure i mag4zzini di Auschwitz, alla liberazione, ne contenevano quintali), per cui i prigionieri avrebbero dovuto lambire la zuppa come cani; l’empio sfruttamento dei cadaveri, trattati come una qualsiasi anonima materia prima, da cui si ricavavano l’oro dei denti, i capelli come materiale tessile, le ceneri come fertilizzanti agricoli; gli uomini e le donne degradati a cavie, su cui sperimentare medicinali per poi sopprimerli. Lo stesso modo che fu scelto (dopo minuziosi esperimenti) per lo sterminio era apertamente simbolico. Si doveva usare, e fu usato, quello stesso gas velenoso che si impiegava per disinfestare le stive delle navi, ed i locali invasi da cimici o pidocchi. Sono state escogitate nei secoli morti più tormentose, ma nessuna era così gravida di dileggio e di disprezzo>>.

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L’ambiente nel quale si svolge la vicenda è costituito dal lager e da pochi altri luoghi a esso connessi: il campo di prigionia in Italia, la tradotta dell’orrendo viaggio verso Auschwitz, i campi di lavoro adiacenti alle barriere di filo spinato, la Buna. Il lager ha dunque dei contatti con l’esterno, ma una delle sue caratteristiche determinanti consiste nell’ essere un mondo a sé, definito da regole e relazioni che paiono stravolgere l’idea stessa della realtà, del mondo familiare agli esseri umani. L’istituzione dei campi di concentramento da parte del regime nazista costituisce il culmine di una politica antisemita, tesa ad eliminare l’ebreo, perseguita fin dall’ascesa al potere di Hitler. Obiettivo primario era la distruzione della razza ebraica - la cosiddetta <<soluzione finale>>- ; inoltre, attraverso lo sfruttamento senza limiti del lavoro forzato degli ebrei, la Germania poteva mantenere un’elevata produttività industriale, nonostante 1’ impegno militare. Nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale furono ridotte le selezioni degli ebrei internati proprio in relazione alle necessità di manodopera. Fu questo un fattore che favorì la sopravvivenza di un certo numero di prigionieri, tra cui probabilmente lo stesso Levi. Concludiamo con la poesia che lo stesso Levi scrisse e premise, quale introduzione, al suo testo:


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Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

 

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 Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

  

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© di Elisabetta Bovo

Giornalista, storica e critica d'arte, filosofa, docente di Iconologia, Iconografia e Filosofia dell'arte. contatto: redazione.cultura(at)siamodonne.it


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