I DUE VOLTI DELLA VIRTU’ GRECA: MASCHILE E FEMMINILE
A passeggio con Socrate — di Elisabetta Bovo il 7 novembre 2009 alle 11:17Già ai tempi di Omero, nel mondo greco arcaico , in cui ancora imperava il mito ( mythos), a cui poi si contrapporrà la ragione ( il logos) dei filosofi, ma anche nella prima età classica e dunque anche con l’affermarsi della ricerca filosofica, centrale era il concetto di virtù (areté), da non intendersi, però, nel senso che oggi comunemente attribuiamo al termine.
Areté era – nel contesto dei poemi omerici, Iliade e Odissea – il valore dell’eroe, la sua forza fisica, il suo vigore corporeo perfezionato dall’allenamento al combattere, che emergeva nelle azioni belliche, nei duelli, nella lotta col nemico; ma significava anche, al tempo stesso, la forza dell’eloquenza, la capacità d’espressione verbale, la valenza della parola, autorevole e misurata, efficace e accompagnata dalla gestualità, esibita nell’assemblea. Esemplare in tal senso la figura di Ettore, eroe troiano, come è evidente in questo passo di Omero ( Iliade, VIII, v. 535 - 542): “Egli domani saprà il suo valore e se regge/all’urto della mia lancia; ma, credo, fra i primi/rimarrà steso, colpito, e intorno molti compagni,/domani, al sorger del sole. Ah se potessi /essere un immortale, senza vecchiaia per sempre,/onore avessi, come Atena e Apollo s’onorano,/come questa giornata porterà danno agli Argivi./Così parlò Ettore e i Troiani acclamarono”.
E’, a tal proposito, interessante – da un punto di vista antropologico - il riferimento al valore dato alla “parola” nella cultura dei Dogon africani. Lì, dove la tradizione orale detta legge ( come del resto in Grecia ai tempi di Omero), la parola è l’elemento che contraddistingue gli anziani della tribù, gli uomini forti, i capi, tanto che “casa della parola” è detta la capanna che ospita il “senato” dei Dogon, il loro consiglio degli anziani, che ha il compito di prendere le decisioni fondamentali per l’intera tribù. E c’è uno stretto rapporto – presso questa società africana antica – tra la parola e il seme che cade nella terra e reca frutto, cioè con la forza generativa insita nel seme maschile fecondatore.
Nell’universo della grecità – arcaica e anche classica, nei suoi esordi – l’areté è propria del guerriero, la cui figura ideale è l’eroe. E’ virtù aristocratica, cioè propria degli àristoi, (letteralmente: i migliori), i nobili, coloro che potevano portare le armi, preclusa agli altri, visti come kakòi (= cattivi) e dunque esclusi dal regno privilegiato del valore guerresco e della parola con valenza pubblica.
Ma anche la virtù dei migliori trova i suoi limiti: quelli imposti dalla Tyche (il destino) e dall’ossequio agli dei. Il Fato avverso o la disobbedienza agli abitanti dell’Olimpo possono infatti insidiare la felicità dell’eroe, la sua eudaimonìa, rappresentata – come suggerisce l’etimo stesso del termine greco – dal favore di un buon demone, che protegga dalle avversità dell’esistenza. Se l’uomo, per quanto buono (kalòs) e spinto dalle migliori intenzioni, osa sfidare il destino o suscita l’ira di un dio, varca i limiti insiti nella sua condizione umana, commette un peccato di prevaricazione (hybris), e la sua azione appare come una trasgressione dettata da tracotanza, e dunque punita con una sorte tragica.
Se bontà, bellezza e felicità vanno di pari passo nel mondo greco (si pensi al kalòs kai agathòs di Platone, all’identificazione del Bene supremo con il Bello e il Vero nel mondo delle idee platonico), è però altrettanto vero che il concetto di areté evolve nel corso del tempo, di pari passo con il mutare delle condizioni socio-politiche e della struttura economica della società greca. Nel mondo arcaico gli àristoi sono i nobili di nascita, che si autodefiniscono “ i migliori” e che adempiono al proprio compito sociale e ai propri doveri militari, attuando così la virtù che li caratterizza. Così facendo raggiungono l’eudaimonìa, la felicità che loro spetta, in quanto frutto del proprio valore, delle azioni guerresche e delle conquiste compiute. All’areté è dunque commisurata la gloria attribuita all’eroe.

Accanto a questa virtù tipicamente maschile, si delinea fin dalle origini anche un’areté femminile, attribuita però alle donne da una cultura di matrice maschile. La virtù per la donna greca ai tempi d’Omero, come si evince anche dai poemi, è tratteggiata secondo un’ottica al maschile e consiste nella bellezza (incarnata, ad esempio, nella figura di Nausicaa), nel fascino ammaliante e nella forza d’attrazione erotica (Calipso e la maga Circe). Ma c’è areté soprattutto quando tali qualità siano accompagnate dalla dote del pudore, o pudicizia, e dall’abilità nell’organizzazione domestica, perché la bellezza fine a se stessa porta alla perdizione della donna stessa e anche degli eroi che sono coinvolti nelle vicende di cui essa è la causa (si pensi alla sequela di eventi nefasti per tutti, suscitata dalla smodata passione di Paride, attratto dall’eccessiva bellezza di Elena, moglie di Menelao, che sta all’origine della guerra di Troia).
Se il modello dell’uomo greco che aspira alla vera virtù è costituito dall’eroe – Achille, il semidio, o il più umano Ulisse, o altri valorosi citati da Omero -, l’ideale femminile è dato da Penelope, donna estremamente affascinante (tanto che fatica a tenere a bada i Proci, suoi pretendenti, durante l’assenza di Ulisse) e nel contempo donna saggia, avveduta, fedele, modello di virtù domestiche, esperta nell’amministrare la casa e dedita all’arte della tessitura (famoso l’espediente della sua tela, per ingannare i Proci che la insidiavano, nell’attesa fervente del ritorno del marito).
Mutate poi le coordinate politiche, socio-culturali nonché economiche, entrato in crisi il mondo cantato da Omero, con l’emergere dei ceti urbani nella realtà storica ellenica e col loro contrapporsi alla classe egemone, costituita dalla nobiltà, all’unica e univoca areté degli àristoi si sostituiscono diverse aretài, ovvero una gamma di virtù, una pluralità di valori che fanno capo ad altre componenti sociali emergenti. Già con Esiodo ecco emergere i valori dell’emulazione e del lavoro, della competizione positiva che si realizza attraverso l’attività, dell’operosità fattiva nel mondo agricolo o nel commercio, della giustizia che esprime la volontà dei piccoli proprietari terrieri di essere equamente trattati, e non oppressi dai nobili, potenti o, meglio, prepotenti.
E più tardi, con Archiloco o con Saffo –celebre poetessa cantrice dell’amore lesbico – si sposta l’attenzione dai modelli astratti di virtù, incarnati in eroi lontani dai mortali, per concentrarla sull’individuo concreto, sulle sue esigenze vitali, sulla sua umanità intrisa di passioni ed emozioni.
Il primo posto spetta all’amore, passione viva che muove sia l’uomo che la donna, e che finisce per travalicare i limiti e i valori proposti dalla tradizione precedente, scardinandone i modelli, poetici ed esistenziali.
Tags: Achille, amore, Brad Pitt, eroe, Esiodo, filosofi, Saffo, Troy, Ulisse Penelope, virtù



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1 commento
Molto interessante il tuo articolo!
Ho notato che citi l’Iliade per esemplificare il concetto di virtù maschile mentre per codificare la virtù femminile fai riferimento all’Odissea (il testo letterario che prediligo in assoluto, o quasi, anche se purtroppo lo conosco solo in italiano, benché nella versione della mitica Rosa Calzecchi Onesti…)
Che ne pensi delle teorie sulla diversa paternità e diversa datazione delle stesure di Iliade e Odissea?
E, conosci magari il lavoro di Robert Graves e le sue teorie sull’origine “matriarcale” della maggior parte del corpus mitologico greco?
Mi piacerebbe molto leggere qualche approfondimento su questi temi.
Grazie comunque,
Nicoletta