CERCHI DI FOGLIE, OMBRE SUI SASSI E PALLE DI NEVE: LA SPETTACOLARE LAND ART DI ANDY GOLDSWORTHY

Vetrina d'Artista — di Elisabetta Bovo il 17 dicembre 2009 alle 13:15

Andy Goldsworthy, nato a Cheshire, il 26 luglio 1956, è un artista e fotografo inglese. Vive in Scozia e realizza sculture e opere di Land Art sia nella natura che negli spazi urbani. Figlio di F.Allin Goldsworthy (1929-2001), professore di matematica all’Università di Leeds, Andy trascorse la giovinezza ad Harrogate, alla periferia di Leeds (West Yorkshire), in prossimità della zona agricola della città. Fin dall’età di 13 anni lavorò nelle fattorie come aiutante e come fattore. Gli piaceva il lavoro ripetitivo che si svolgeva in fattoria. “Il mio lavoro - diceva - mi ricorda la raccolta delle patate: devi trovare il giusto ritmo per farlo!”

Studiò Fine art al Bradford College of Art (1974-1975) e al Preston Polytechnic (1975-1978) (ora University of Central Lancashire) a Preston dove si diplomò. Finito il college, visse in Yorkshire, Lancashire e Cumbria. Nel 1985 si trasferì a Langholm in Dumfries and Galloway, Dumsfrieshire in Scozia, ed un anno dopo a Penpont. Questa sua deriva verso il nord dell’Inghilterra fu dovuta - a quanto egli stesso afferma - a una vita di cui non possedeva pienamente il controllo, ma le motivazioni di questo spostarsi furono anche di natura economica e di ricerca di opportunità.

Nel 1993 ricevette un diploma onorario dalla Università di Bradford. Attualmente è professore alla Cornell University. Nel 2001 venne realizzato un documentario su di lui da Tomas Riedelsheimer, dal titolo “Rivers and Tides“.

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Per la sua arte Goldsworthy utilizza elementi naturali, oggetti trovati con cui compone opere sia temporanee che permanenti, in sintonia con la natura dell’ambiente in cui sono situate. Tali materiali includono spesso fiori, dai colori sgargianti, foglie, fango, e tutti i vari elementi offerti dall’ambiente naturale in cui opera. Egli stesso ritiene che ” ci voglia un bel coraggio a lavorare con i fiori, le foglie e i petali, ma - confessa - lo devo fare; non posso scegliere i materiali da usare, devo rassegnarmi a lavorare insieme alla natura”.

“Come avviene con tutta la mia opera, che si tratti di una foglia su un sasso o del ghiaccio su una roccia, io cerco sempre di penetrare al di sotto della superficie apparente delle cose. Lavorare la superficie di una pietra è per me un tentativo di capire l’energia interna della pietra”.

Considerato il fondatore del rock balancing, movimento che si esprime con virtuosi assemblaggi di pietre, Goldsworthy, per la natura effimera del suo lavoro opera a mani nude o con i denti e tutti gli strumenti di fortuna messi a disposizione dal caso. Sdraiato su una roccia durante un acquazzone nel 1993, Goldsworthy lasciò la sua “ombra di pioggia” sulla pietra e la fotografò prima che si asciugasse, scomparendo. Invece per molte delle sue opere permanenti - come “Roof“, “Stone River“, “Three Cairns“, “Moonlit Path” (Petworth, West Sussex, 2002) e “Chalk Stones” a South Downs,  nel West Sussex - ha dovuto avvalersi di strumenti meccanici. Per realizzare “Roof” (tetto) Goldsworthy ha lavorato con cinque tagliatori di pietra inglesi, specializzati nella costruzione di muri a secco, per realizzare strutture capaci di resistere al tempo e alle intemperie.

La fotografia gioca un ruolo cruciale nelle opere di questo artista, data la loro fragilità e precarietà. Ogni suo lavoro è in certo modo effimero, transitorio, legato alla dissoluzione, e passa da una fase di sviluppo a quella di maturità, per poi decadere. La fotografia serve a raccogliere il punto di massima maturità dell’opera, che si esprime attraverso l’immagine. Successivamente l’opera va incontro ad un inevitabile quanto implicito processo di decadimento, di “corruzione” della materia, proprio come avviene in natura.

Goldsworthy ha realizzato varie commissioni come l’ingresso del San Francisco Young Museum con l’opera “Drawn Stone“, influenzata dai frequenti terremoti della zona. Si tratta di un’installazione composta da una enorme fenditura nel pavimento che si dirama in incrinature più sottili dando origine a blocchi di calcare utilizzabili anche come panche. Le spaccature più piccole sono state realizzate mediante colpi di martello, producendo una fessurazione casuale nella materia, che ha risposto “involontariamente”.

Artista per vocazione, Andy Goldsworthy è sempre in ricerca (la ricerca non è per lui un atteggiamento transitorio, ma un modo d’essere, come sempre lo è per l’artista autentico), ma è anche un creatore instancabile, perché è consapevole che “le idee devono calarsi in un contesto. E’ il motivo per cui facciamo le cose, altrimenti le idee resterebbero solo idee. E spesso c’è un’enorme differenza tra un’idea e la sua realizzazione”.

Tra i sette elementi che indica come fondamentali per l’arte “visuale” o visiva, ci sono anzitutto la linea (line), vista come traiettoria identificabile di un punto in movimento nello spazio, che può variare in ampiezza, direzione e lunghezza, e poi la forma piana (shape), bidimensionale, che può essere organica o inorganica, libera o geocentrica, aperta o chiusa, definita da un contorno, naturale o fatta dall’uomo. In terzo luogo il volume (form): forma tridimensionale o illusione delle tre dimensioni; quarto lo spazio (space), il vuoto o “l’area in mezzo, tra, attorno, al di sopra, al di sotto gli oggetti o contenuta negli oggetti”: forme e volumi sono definiti dallo spazio attorno e dentro di essi, così come gli spazi a loro volta sono definiti dalle forme e volumi che vi si trovano attorno e vi sono contenuti.

Tra questi elementi-chiave di un’opera l’artista indica anche la texture, ovvero la qualità di superficie della materia, che interessa sia l’aspetto visivo che quello tattile. Goldsworthy afferma di gustare la libertà di utilizzare le mani nel creare le sue istallazioni, nel saggiare la forma di una pietra, nel percorrerne la ruvidezza o la levigatezza. Inoltre usa i materiali stessi che la natura gli mette a disposizione: “Se nevica, lavoro con la neve - dice -, quando cadono le foglie in autunno posso usare le foglie, ma anche un albero spoglio può essere fonte d’ispirazione. Io mi fermo in un posto o raccolgo del materiale perché sento che c’è qualcosa da scoprire, che qui è il luogo dove posso imparare”.

Una lezione che l’arte offre alla vita: l’artista vero, così come l’uomo che vive in modo autentico, è colui che mentre realizza un’opera è umilmente consapevole che c’è ancora molto da imparare e scoprire, e perciò si apre gioiosamente (o anche con tormento) al mistero, all’inaspettato.

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© di Elisabetta Bovo

Giornalista, storica e critica d'arte, filosofa, docente di Iconologia, Iconografia e Filosofia dell'arte. contatto: redazione.cultura(at)siamodonne.it


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