CHI NON BEVE CON ME PESTE LO COLGA

Presente - Passato - Itinerari storici — di Lino Venturini il 17 dicembre 2009 alle 01:17

Sessant’anni fa, esattamente il 18 dicembre 1949, nel castello che si era fatto costruire sulla scogliera di  Zoagli, moriva Sem Benelli, poeta e commediografo pratese.  Autore di una trentina di opere, Benelli deve la sua popolarità a “La cena delle beffe“, poema drammatico in quattro atti composto nel 1908 e andato in scena al Teatro Argentina di Roma il 16 aprile del 1909. Il dramma, in endecasillabi sciolti,  in seguito rappresentato  da centinaia di compagnie filodrammatiche con un numero di repliche che, forse, non trova riscontro negli ultimi decenni di teatro italiano, contiene anche l’edecasillabo più famoso, molto spesso usato senza conoscerne l’origine: “Chi non beve con me peste lo colga”.

Castello di Sem Benelli

Castello di Sem Benelli

Nato il 10 agosto 1877 a Prato, Sem Benelli dovette interrompere gli studi a causa della morte prematura del padre. Nonostante il dramma familiare e le ristrettezze economiche e dopo una breve esperienza come giornalista, continuò a studiare per suo conto e a scrivere. Nel 1908 scrisse la sua prima commedia, Tignola, ma il successo arrivò l’anno successivo con il dramma La cena delle beffe. La fortuna di questo titolo non si limitò al territorio italiano, ma si impose all’attenzione del pubblico mondiale, basti pensare che negli anni successivi fu portata in scena a Parigi da Sarah Bernhardt e a Broadway dai fratelli Barrymore. In Italia è memorabile, e fece scalpore, la trasposizione cinematografica di Blasetti nel 1949  con Amedeo Nazzari e Clara Calamai che si mostrò a seno nudo.

Valoroso ufficiale durante la prima  guerra  mondiale, Benelli fu tra i più fervidi fautori dell’ impresa di Fiume, ma non condivise la famosa “marcia” di Gabriele D’Annunzio, ritirando la sua adesione davanti ad un gesto che rischiava di gettare il Paese in una nuova guerra.  Deputato nel 1921, ruppe clamorosamente con  Mussolini all’indomani del delitto Matteotti nel 1924. Da allora la censura fascista si accanì sulle sue rappresentazioni e nel 1933, il Ministero della Cultura Popolare ordinò all”Opera Nazionale Dopolavoro di proibire a tutte le compagnie filodrammatiche di rappresentarne i lavori. Il 21 maggio 1938, Ciano scrive nel suo diario: ” (Mussolini) critica l’arte di Sem Benelli che consiste nel mettere in pubblico la parte deteriore dell’umanità. In ogni casa c’è un cesso e tutti lo sanno: ma non per questo lo si mostra all’ospite, quando viene a far visita“.  Allo scoppio della seconda guerra mondiale  ripara in Svizzera e rientra in Italia soltanto dopo la Liberazione. Nel 1948 aderisce all’Alleanza per la difesa della cultura”, un’emanazione del Fronte popolare, l’unione elettorale delle sinistre. Ma politicamente fu, comunque, una figura controversa. Forse per comprendere chi fosse Sem Benelli è opportuno riflettere su quanto egli scrisse di se stesso: ” L’artista è l’eroe che i tiranni e che gli Stati vogliono assoggettare e deformare poichè egli vive per l’uomo ed è spesso contro lo Stato. Se mi direte anarchico, non importa: sono anarchico perchè credo l’uomo più importante dello Stato”.

Adriano Tilgher, filosofo e saggista, in Studi sul teatro contemporaneo (1922) a proposito della poetica del Benelli, scrisse: ” A Sem Benelli l’uomo appare un dio caduto che si ricorda dei cieli, un angelo cacciato dal paradiso  e precipitato nella più affumicata e nera taverna del male dove tenta di vincere, senza però riuscirvi, il rimpianto della celeste patria perduta con la gioia di una malizia sempre più sottile, di una perfidia sempre più rara, di una malvagità sempre più fredda e diabolica“. I suoi personaggi sono sconfitti prima ancora di iniziare a combattere. Si confessano e quando si sono confessati, noi non abbiamo più nulla da imparare sul conto loro. Le vicende si susseguono, ma esperienze di vita interiore, no: gli avvenimenti esauriscono il dramma.

Nonostante lo straordinario successo della Cena delle beffe, Sem Benelli è stato spesso considerato dalla critica un D’Annunzio minore  o come lo definì ingenerosamente Giovannni Papini:” Ciabatta smessa del dannunzianesimo“, ma recentemente il suo talento letterario è stato rivalutato fino a considerarlo una fra le maggiori espressioni della tragedia moderna.

La cena delle beffe. Il dramma si svolge ai tempi di Lorenzo il Magnifico. Giannetto Malespini si vuole vendicare di Neri Chiaramontesi che gli ha sottratto l’amata Ginevra. L’occasione si presenta quando i Tornaquinci, suoi amici, offrono una cena alla quale vengono invitati anche i fratelli Chiaramontesi, Neri e Gabriello, entrambi innamorati di Ginevra. Allontanatosi Gabriello per Pisa su ordine di Lorenzo il Magnifico, Giannetto sfida Neri a una scommessa che vince ingannando il rivale e facendolo arrestare per poter trascorrere la notte con Ginevra. Giannetto svela a Ginevra la burla e, quando lei sta per cedergli, arriva Neri armato di roncola. Giannetto lo fa catturare dalle guardie medicee, ma Neri, avendo capito di essere stato beffato durante la cena, minaccia vendetta. Il dramma si compie quando Neri irrompe nella camera di Ginevra e pensando di uccidere il rivale Giannetto a letto con l’amata, scopre di aver ucciso il fratello Gabriello che nel frattempo era rientrato da Pisa. Nero impazzisce e Giannetto, inchiodato dalla sua viltà, assiste impotente al delirio del nemico.

Clara Calamai

Clara Calamai

L’endecasillabo “Chi non beve con me peste lo colga!” è usato come un invito scherzoso ad alzare il bicchiere e bere in compagnia. In realtà, è da ritenersi che  Benelli abbia usato l’espressione non solo come un invito a brindare in compagnia, ma anche come  una maledizione in caso di tradimento dell’amicizia. Non un patto di sangue, ma un patto di…vino.  Comunque un patto da rispettare, pena la morte. Non si trascuri il fatto che  ha collocato  il dramma ai tempi di Lorenzo il Magnifico quando era ancora acuto il ricordo della terribile peste nera del 1348 che imperversò in tutta Europa con una mortalità altissima. Ma la peste si presentava, fra alti e bassi, ogni 10-12 anni, mietendo innumerevoli vittime e indebolendo il tessuto sociale. Come scrive Giovanni Boccaccio nel suo Decameron, la peste rende nulle le leggi umane, come rende vano ogni ordine sociale e civile: ” Altri affermavano il bere assai e il  godere e l’andar cantando a torno e sollazzando e il soddisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male” . L’ultima epidemia di peste nel Nord Italia si è manifestata nel 1743 e nel Sud Italia nel 1816. All’inizio del XX secolo, in India la peste fece 11.000.000 di vittime. Ad oggi si registrano tra i 1000 e i 3000 casi annuali di peste nel mondo e quindi l’anatema è ancora valido come valido e  importante è il ricordo del grande poeta, scrittore e drammaturgo pratese che, a sessant’anni dalla sua scormparsa, è  ancora presente sui palcoscenici di tutto il mondo con ” La cena delle beffe” e “ Chi non beve con me peste lo colga”.

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© di Lino Venturini

Scrittore e musicista


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