AMICI DEGLI ANIMALI? IL LINGUAGGIO, CON I SUOI “IDIOMS” CI SMENTISCE
Il Graffio - critica di costume, moda, società , televisione — di Elisabetta Bovo il 16 gennaio 2010 alle 18:06Fin dai testi più antichi, dalla Bibbia, dall’Iliade e dall’Odissea, proseguendo lungo le pagine di Dante, Ariosto, Marco Polo, fino a Darwin, Melville e Salgari, le rappresentazioni letterarie e figurative degli animali hanno rivelato molto del modo in cui l’uomo attinge all’universo zoologico, reale e immaginario, per esprimere se stesso. Importanti in tal senso sono le favole (diverse dalle fiabe, che hanno personaggi e ambienti inventati, puramente fantastici), i cui protagonisti sono animali che assumono il linguaggio, i comportamenti e i difetti degli uomini, con l’obiettivo di presentare una breve “morale” spesso formulata esplicitamente alla fine della narrazione.
Così le favole di Esopo, scrittore greco vissuto nel VI secolo a.C. e maestro del genere favolistico, rispecchiano la morale tradizionale dell’antica Grecia e rivelano un’intenzione educativa e bonariamente satirica ( Platone ci informa che lo stesso Socrate aveva messo in versi alcune favole di quest’autore). Da lui prese ispirazione il poeta latino Fedro, un liberto vissuto nel I secolo d. C. che scrisse favole in versi durante l’impero di Tiberio. I suoi personaggi sono animali che rappresentano le tendenze e i difetti degli uomini del tempo, di un mondo non più contadino come quello di Esopo, ma dominato dall’avidità e dalla sopraffazione. Nelle sue favole tendenzialmente pessimistiche il prepotente trionfa sempre sul debole, il quale è invitato alla rassegnazione o, nella migliore delle ipotesi, a cercare un compromesso accettabile nei rapporti col potere. In tale contesto gli animali che incarnano gli atteggiamenti umani tendono a personificarne più i vizi che le virtù.
Nel XVII secolo La Fontaine riprese questo genere letterario, scrivendo favole popolate di animali parlanti, ma ricche di riferimenti critici e ironici al potere, caratterizzate da uno stile allo stesso tempo raffinato e semplice, capolavori della letteratura francese. Anche lui contribuì a diffondere questo “pensare per analogia”, antropomorfizzando gli animali. Nel linguaggio comune, invece, prevale la tendenza opposta, che porta ad attribuire a noi umani qualche caratteristica desunta dal mondo animale. E il linguaggio, nel suo aspetto conservativo, ne mantiene tracce evidenti, con connotazioni sia positive che negative.
Avere la “pelle d’oca” è un’espressione neutra, ma dare dell’ “oca” ( e magari “giuliva”!) a una donna è offenderne l’intelligenza e il comportamento, tanto più se la si accusa di “starnazzare”. Così anche l’abitudine dello struzzo di mettere la testa nella sabbia per nascondersi dai pericoli è diventato sinonimo di inconsapevolezza colpevole, di atteggiamento irresponsabile. Non parliamo poi del pavone, il cui far mostra della straordinaria coda dispiegata diventa il “far la ruota” del narcisista. Se il concetto riduttivo di “gallina” ben lo esprimeva Renzo arbore, inventando le “ragazze Coccodè”, anche per un uomo non è piacevole sentirsi dare del “pollo”! Pure il gallo si presta a espressioni idiomatiche o proverbiali poco lusinghiere come il “tagliare la cresta” o “il primo gallo che canta, ha fatto l’uovo” (per indicare l’autoaccusa del colpevole di qualche marachella o misfatto) o anche bibliche: “prima che il gallo canti” è un segnale del tradimento (di Pietro che rinnega tre volte Gesù), pur accanto al “levarsi al canto del gallo” che indica salutari abitudini mattiniere.
Per qualche appartenente al mondo animale la sorte – a livello linguistico – è benigna, nel senso che viene citato in contesti positivi e in espressioni che ne mettono in luce caratteristiche naturali spiccate, vere o presunte, percepite in senso “buono” (si pensi a modi dire quali “astuto come una volpe”, “furbo come una faina”, “fedele come un cane”, o “occhio di lince” per indicare l’acutezza visiva). Ma per lo più l’animale gode di cattiva stampa e viene citato con accezione negativa.
Se l’animale più denigrato in assoluto è l’asino o somaro (lo sa bene l’alunno di ogni età ), animale al quale il linguaggio fa un torto assoluto non riconoscendone l’intelligenza che accomuna, invece, nella realtà l’asino al cavallo) e neppure la capacità di apprendere comportamenti utili anche per l’uomo, come invece avviene, non è trattato meglio il maiale, soprattutto nel termine sinonimico “porco”, su cui appare inutile soffermarsi, tanto è lampante la connotazione negativa, che si alluda alla mancanza di pulizia fisica o morale.
La lentezza porta a fare di tartaruga e lumaca gli emblemi di una caratteristica che il mondo moderno vede come un difetto, mentre ancora più negativa è la definizione di “verme” attribuito a un essere umano o la sua equiparazione all’informe “ameba”. Non è esattamente un complimento neanche esser chiamato “macaco” (in realtà una scimmia), “marmotta” perché si è un po’ lenti, o “puzzola” e il perché si intuisce.
Anche l’affermazione che si riferisce al più regale dei pennuti è fatta di solito al negativo: si dice, infatti, che uno “non è un’aquila”, per indicarne i limiti intellettivi. Se poi la “civetta” diventa sinonimo di ragazza leggera e frivola, il “gufo” è un portabandiera di sventura, da cui deriva anche il verbo “gufare” nel senso di portar male a qualcuno, e non se la cava meglio il corvo, assimilato al proverbiale “uccello del malaugurio” soltanto per il suo colore, che lo accosta ad un altro animale da cui i superstiziosi guardano come dalla peste: il gatto nero, anch’esso, peraltro, come il corvo, animale associato al mondo delle streghe e fattucchiere. E che dire del povero pinguino, la cui “divisa” naturale in black and white non lo salva dall’apparire un bipede un po’ goffo nell’andatura, anche se in frac?
Anche i plantigradi e i pachidermi, già così genericamente citati, sono sinonimi vituperevoli per un umano, e rimandano alle espressioni più particolari, forse più buffe nella forma ma ugualmente negative nel significato: “Sei un orso!”; “Hai la sensibilità di un elefante” o anche “Sei come un elefante in un negozio di porcellane”. Il povero Dumbo è anche dotato di doti mnemoniche, ma avere una “memoria di elefante” non è esattamente come essere Pico della Mirandola, quanto piuttosto essere permalosi e avere una capacità di ricordare i torti subìti, serbar rancore a lungo, pronti a farla pagare a chi ci ha offeso.
Tra gli animali imponenti nessuno se la passa bene nel lessico che li “umanizza”, giacchè sentirsi dare dello “scimmione” o dell’”ippopotamo”, o addirittura del “tricheco” o della “balena” non piace proprio a nessuno, neanche se di taglia ultra-maxi. Ci potremmo pure dombrare se ci definissero “talpa” o “foca” in quanto penseremmo ad un’offesa alla nostra acutezza visiva e mentale, e ad una critica alla nostra scarsa prontezza di riflessi. Essere definiti “agili come una gazzella” fa piacere a tutti, non altrettanto sentirsi dare del “coniglio”, perché non dimostriamo un coraggio “da leone”.
Se qualcuno nella cui cerchia dovremmo entrare ci è presentato “viscido come un serpente”, o ha fama d’essere uno “sciacallo” o una “iena”, o anche uno “squalo”, ci guarderemo bene dal frequentarlo o prenderemo tutte le precauzioni per difendercene. Dio ci salvi anche dalle “sanguisughe”, dai “piranha” e dai “barracuda”. L’espressione “ridere come una iena” fa invece riferimento al caratteristico ghigno e al verso di questi animali e, se l’immagine non è delle migliori, non è poi così dispregiativa l’espressione. E’ brutto, invece, scoprire di essersi allevati “una serpe in seno” o anche scoprire che una nostra amica è una “vipera” o che abbiamo “parenti-serpenti”.
Una ragazza alta e magra può avere due gambe “da fenicottero”, il che è molto di moda oggi, anche se non è il massimo dell’estetica, mentre un naso a becco d’aquila fa tanto Dante Alighieri e ispira il desiderio di una rinoplastica, in barba ai meriti del Sommo Poeta. Più elegante è il paragone di una fanciulla minuta e graziosa con un colibrì, o quello di una ballerina, dotata di particolare graziae leggerezza, con un cigno o una farfalla. Se un ragazzetto un po’ troppo intraprendente con la sua bella si può dire che “fa il polpo”, un altro che non si muove e rimane impalato può fare la figura dello “stoccafisso”. Neutra invece -”vox media” direbbero i linguisti - la parola “ghiro” indirizzata a chi dorme tanto, perché l’animaletto che cade in un saporoso sonno letargico ispira simpatia.
Una grande lavoratrice, soprattutto se impegnata in attività domestico-manuali e oculata risparmiatrice, può essere chiamata col diminutivo di “formichina”; colei che viene definita “cicala” invece non solo acquista fama di cianciare a destra e a manca, e di scialacquare tempo e denaro, ma anche di infastidire l’orecchio del prossimo con una voce poco gradevole e intermittente. Così come non fanno che sottolineare come difetto – per lo più attribuito al mondo femminile – una loquela insistente e fastidiosa, quasi un ronzìo continuo, e anche pungente, gli epiteti di “zanzara”, “vespa”, o “mosca”, oppure “tarma”. La mosca è accettata solo se “bianca”, una sorta di “rara avis” (”uccello raro”), che rappresenta il versante positivo di una singolarità eccezionale che al negativo si articola come “pecora nera”.
Non si offenda il bufalo se “l’imbufalirsi” è poco elegante e attraente per gli umani, né il coccodrillo se la prenda se le sue lacrime sono considerate poco sincere nel nostro mondo (tanto da intitolare al più celebre degli alligatori, il coccodrillo appunto, il nome dell’epitaffio di persone famose che i giornali preparano in anticipo rispetto alla dipartita dell’interessato).
Se essere un’agnellino fa apparire indifesi e poco attrezzati alla lotta (c’è anche il mandato biblico ad andare nel mondo “come agnelli tra i lupi”), l’animale adulto perde il riferimento tenero riservato ai cuccioli per connotarsi negativamente: essere pecore o ancor peggio “pecoroni” e seguire il gregge non fa certo onore (l’espressione si trova in quest’avversa accezione anche in Nietzsche), mentre il Buon Pastore della tradizione neotestamentaria allude ai cristiani come alle sue “pecore” in senso nettamente positivo.
Che dire poi della mucca, il cui muso inespressivo non aiuta nei paragoni, né tantomeno “l’occhio di bue” che- a parte la tipologia della cottura delle uova – rinvia ad uno sguardo né vivace né particolarmente sveglio o perspicace. Fare “l’occhio di triglia” (”occhio da pesce stracco”, in veneto) invece può essere fatale in un corteggiamento, mentre “l’occhio di pernice” – ce ne scusi il pennuto- è il nome dato ad un fastidioso callo del piede. Ci sarebbero poi tenti altri modi di dire: dal “salto della quaglia” allo “specchietto per le allodole”, dal “tarlo che ci rode” al “cavallo di battaglia”, dall’atteggiamento da “gatta morta” a quello da “amico del giaguaro”, dal “topo di biblioteca” al “pulcino bagnato”, dal “grillo parlante” al “brutto anatroccolo” ,dalla “tigre in gabbia” alle “tre civette sul comò” della ben nota filastrocca (guardate com’è finito l’uccello sacro ad Atena, la famosa “nottola di Minerva” a cui Hegel paragonava la filosofia!).
Se lo spaesamento si esprime attraverso il sentirsi come un “pesce fuor d’acqua”, il trovarsi bene in una situazione si rifà alla situazione confortevole del “topo nel formaggio”. E via di questo passo, dal “fare le pulci” allo stare “muti come un pesce”, dall’essere “matti come un cavallo” o “dispettosi come una scimmia” allo “sgusciare via come un’anguilla”, dal far “saltare la mosca al naso” al “mettere una pulce nell’orecchio”, dal “saltare come un grillo” (in senso letterale o metaforico) al “veder rosso” che sottintende il punto di vista del toro nella corrida, dal citatissimo “lupus in fabula” alle famigerate tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano, che noi non vorremmo albergassero nel nostro Paese. E lo diciamo apertamente, magari con “voce da usignolo”, perché non vogliamo “fare il camaleonte” e mimetizzarci tra il fogliame.















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