UN ADDIO AD ALBERTO RONCHEY ANCHE DAL NOSTRO MAGAZINE
Il Graffio - critica di costume, moda, società, televisione — di Elisabetta Bovo il 10 marzo 2010 alle 03:41La scomparsa - venerdì 5 marzo, a 83 anni - di Alberto Ronchey, offre l’occasione per riflettere sul valore della cultura e dell’arte nel nostro Paese. Il non lungo ma significativo impegno politico di Ronchey resta legato prevalentemente a quella legge che da lui prende il nome, e che è stata il primo - e purtroppo l’ultimo - tentativo di modernizzare i musei statali italiani. La Legge n. 4 del 14 gennaio 1993, comunemente nota come Legge Ronchey, s’è configurata come un intelligente provvedimento legislativo teso a svecchiare e rendere meno burocratico il settore museale e conservativo dell’arte, rendendo più efficienti a musei statali, biblioteche e archivi con un provvedimento tanto semplice quanto necessario: l’introduzione dei servizi aggiuntivi di bookshop, merchandising e ristorazione. Una prassi osservata all’estero dall’allora Ministro dei Beni Culturali Ronchey, che la volle per primo importare in Italia, ben consapevole dell’importanza della valorizzazione del nostro patrimonio artistico, architettonico e culturale. Noto giornalista e scrittore, già Ministro per i Beni culturali nel primo governo Amato e nel governo Ciampi, dal 1992 al 1994, ha lasciato purtroppo incompiuta - a causa della sua uscita dalla scena politica - la sua “rivoluzione”, condannandoci a dei ritardi che ancor oggi ci portiamo dietro.
In margine a questo evento che segna un lutto nel mondo della cultura italiana, anche un magazine “al femminile” quale www.siamodonne.it - come ogni giornale che dà spazio in modo consapevole e non irrilevante alla cultura contemporanea, oltre che a tematiche “femminili”, ed è attento ai tempi in cui viviamo - vuole esprimere un caloroso saluto ed un commosso omaggio a questa figura luminosa del giornalismo e del panorama culturale italiano (Ronchey è stato anche professore di sociologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia) che ha cercato di rendere più vicino alla gente e più accessibile a tutti il messaggio della cultura e dell’arte di cui l’Italia è matrice per tradizione e per vocazione. Lo ricordiamo, Alberto Ronchey, esprimendo la convinzione che l’arte e la cultura, pur rispecchiando anche posizioni “di genere” e che di “culture” al plurale s’ha da parlare nel contemporaneo, tuttavia ha una sua valenza trasversale e universale là dove sia carica di vera umanità, di valori ideali e di storia, e sia frutto di onesto impegno intellettuale, rigorosa ricerca documentaria e doti d’ingegno. Lo ricordiamo davvero con ammirazione e gratitudine, Ronchey, consci - come siamo - che i provvedimenti che favoriscono la diffusione di un’eredità culturale vanno a strutturare meglio l’identità di tutti e di tutte noi.
Difficile dare conto della lunga serie di successi di Ronchey - nato a Roma nel 1926 - in campo editoriale e giornalistico, dagli esordi alla Stampa di Torino, ai ruoli di inviato in Russia e poi negli Stati Uniti, e in qualità poi di direttore della Stampa dal 1968 al 1973, di collaboratore di Repubblica e dell’Espresso (su cui tenne la rubrica “Il dubbio” fra il 1981 e il 1984) e di editorialista del Corriere della Sera, fino a quello di presidente del gruppo editoriale Rcs.
“Noi dobbiamo a Ronchey - scrisse Indro Montanelli - alcuni dei migliori saggi apparsi negli ultimi trenta o quarant’anni nella carta stampata, non soltanto italiana, di politica, economia, sociologia (quella vera): frutto di lunghi soggiorni in tutti i paesi d’Europa, in America, in Cina, in Giappone, di indagini da 007 nelle loro viscere, di attente e vaste letture.”
Alberto Ronchey ha compiutamente incarnato il rigore di un giornalismo tutto fatti, non ideologico, empirico e molto anglosassone (nelle sue vene, del resto, aveva anche sangue scozzese). A sedici anni, prima del 25 luglio 1943, aveva corretto le bozze e scritto articoli per fogli clandestini. Da allora scrisse per i maggiori quotidiani nazionali, raccontando l’Unione Sovietica di Chruscev “superpotenza sottosviluppata”, Berlino appena divisa dal muro, Cipro sconvolta dalla guerra fra greci e turchi, l’America di Kennedy, l’India, il Giappone, il Sud dell’Italia e la questione meridionale. È stato - tra l’altro - l’unico giornalista a raggiungere Kindu dopo il massacro dei tredici caschi blu italiani.
Intensissima la sua attività editoriale e saggistica, con decine di pubblicazioni al suo attivo: libri, reportage e saggi di economia e di politica internazionale, le cui tematiche sono state da lui riprese nell’ultimo libro, Il fattore K (2004), che ripercorre sessant’anni di storia italiana e mondiale. E’ stato un grande, senza retorica, un uomo di estrema onestà intellettuale: ha coniato neologismi (formule-metafora) come la “lottizzazione” per la Rai e il “fattore K” per il no al partito comunista; esponente di un giornalismo capace di raccontare il mondo grazie all’osservazione diretta e a un bagaglio continuamente rinnovato di letture, riflessioni, approfondimenti, ha adottato un modo - documentatissimo - di scrivere e riferire dati, informazioni e statistiche, caratterizzato da estrema lucidità, dal rifiuto delle mode e da un perfezionismo leggendario. Tra le altre sue numerose opere di attualità e politica possiamo ricordare: La Russia del disgelo (1963), Atlante ideologico (1973), La crisi americana (1975), Accadde in Italia. 1968-1977 (1977); Libro bianco sull’ultima generazione (1978), Diverso parere (1983); Giornale contro (1985); I limiti del capitalismo (1991); Fin di secolo in fax minore (1995), Atlante italiano (1997) e Accadde a Roma nell’anno 2000 (1998).
Un “GRAZIE” da tutti noi, direzione e redazione, autori e collaboratori di Siamo Donne, a quest’uomo schietto e non ipocrita fino ai limiti dell’intransigenza, al giornalista di razza, all’uomo di cultura che non temeva di andare controcorrente, all’attento e documentato costruttore di storia, che è stato Alberto Ronchey.
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